Il Tribunale di Pavia, sezione distaccata di Vigevano, con ordinanza del 27 gennaio 2026, fotografa perfettamente la contraddizione in cui si trova oggi il diritto italiano: da un lato gli animali vengono riconosciuti come esseri senzienti, destinatari di una tutela sempre più intensa; dall’altro, quando si entra nel terreno del diritto civile, gli animali da compagnia continuano a essere trattati come semplici beni mobili.
Nel caso concreto, il conflitto nasce all’interno di una separazione: il marito chiedeva, attraverso un ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c., di poter continuare a vedere e gestire il cane di famiglia, sostenendo che l’animale era stato cresciuto e accudito da entrambi durante il matrimonio e che si era pertanto instaurato un forte legame affettivo reciproco.
Il Tribunale, tuttavia, ha dichiarato il ricorso inammissibile, affermando che l’animale domestico, nonostante la particolare protezione riconosciutagli dall’ordinamento, resta giuridicamente assimilabile a una res. Proprio per questo motivo, secondo i giudici, gli strumenti utilizzabili sarebbero quelli tipici della tutela possessoria o del sequestro giudiziario, non certo un provvedimento modellato sulla tutela delle relazioni familiari.
È significativo che il Tribunale abbia sentito il bisogno di richiamare espressamente la legge n. 82 del 2025, che ha rafforzato la tutela penale contro i maltrattamenti degli animali, per precisare però che tale intervento non ha attribuito loro una vera soggettività giuridica. In altre parole, l’animale è protetto perché il legislatore ritiene meritevole di tutela il sentimento umano verso di esso, non perché venga considerato titolare di diritti propri.
Ed è proprio qui che emerge l’insufficienza dell’attuale disciplina italiana. Ridurre il rapporto con un animale domestico a una questione di “possesso” significa ignorare la trasformazione sociale della famiglia contemporanea, nella quale gli animali da compagnia occupano spesso un ruolo affettivo centrale. Parlare di “cose mobili” nel contesto di una separazione familiare appare ormai distante dalla realtà concreta vissuta dalle persone.
Di segno profondamente diverso è invece l’esperienza argentina. La Camera di Cassazione Penale di Buenos Aires, causa n. CCC/68831/2014CFCI, infatti, ha progressivamente superato la concezione patrimonialistica dell’animale, riconoscendogli una posizione giuridica autonoma fondata sulla sua natura di essere senziente. In diverse pronunce, gli animali sono stati qualificati come soggetti non umani titolari di interessi meritevoli di tutela diretta, sulla base di un approccio che rompe nettamente la tradizionale equiparazione tra animale e cosa.
Questo diverso punto di partenza produce conseguenze molto concrete. Nei conflitti familiari, ad esempio, l’attenzione non si concentra soltanto sul diritto di proprietà dell’animale, ma soprattutto sul suo benessere, sulla continuità delle relazioni affettive e sulla soluzione più idonea per la sua vita quotidiana. L’animale non è più considerato un “oggetto” da assegnare, ma un essere vivente rispetto al quale il giudice deve valutare interessi specifici e autonomi.
Il confronto tra la pronuncia italiana e quella argentina mette quindi in evidenza il ritardo del nostro ordinamento. In Italia si continua a tentare di risolvere questioni profondamente affettive attraverso categorie giuridiche patrimoniali elaborate nel 1942, mentre l’esperienza argentina dimostra che è possibile costruire una disciplina più coerente con la moderna sensibilità sociale e con il riconoscimento scientifico della sensibilità animale.
Per questa ragione appare ormai indispensabile un intervento normativo espresso. Non è più sufficiente una tutela penale rafforzata se poi, nel diritto civile e di famiglia, gli animali continuano a essere trattati come beni mobili. Occorrerebbe invece una disciplina specifica che regoli l’affidamento degli animali da compagnia nei casi di separazione e divorzio, imponendo al giudice di valutare il loro benessere, la relazione instaurata con ciascun componente della famiglia e la continuità affettiva dei rapporti con i diversi membri, sul modello delle soluzioni già sperimentate in ordinamenti come quello argentino.
Solo una riforma di questo tipo consentirebbe di superare l’attuale incoerenza del sistema italiano, adeguando finalmente il diritto alla realtà sociale.
Gli animali domestici non sono semplici beni patrimoniali, ma membri della famiglia, e come tali meritano una tutela giuridica adeguata.


